Votez Renzi
Domenica mattina il risveglio per Matteo Renzi dev’essere stato particolarmente dolce. Quasi tutte le prime pagine dei giornali sono per lui. Liberazione addirittura mette il suo faccione sotto il titolo “Ecco l’uomo che la destra ci invidia” e l’occhiello “L’empito rivoluzionario del re dei rottamatori si risolve in un modestissimo empito giovanilistico”. La Leopolda, intanto, è già strapiena fin dalle nove e mezza. Ci sono moltissime famiglie con prole, uomini di mezza età, giovani e soprattutto un numero impressionante di vecchine – le vere, autentiche Renzi Girls.
Verso metà mattinata viene trasmesso uno spezzone della serie cult “The Wire”. Non è un caso. Chiunque abbia visto la serie, non può non notare come la figura di Renzi sia sorprendentemente simile a quella del personaggio Tommy Carcetti, il sindaco di Baltimora e (alla fine della quinta stagione) Governatore del Maryland: giovane, sfrenatamente ambizioso, sapiente oratore, democrat e costantemente sottovalutato dagli avversari. Dopo lo spezzone sale sul palco l’editore Alberto Castelvecchi (che su Facebook si definisce “Public Speaking Trainer” e “Personal Branding Consultant”, qualunque cosa voglia dire) in mise santone New Age/Neo di Matrix. E il “Big Bang” improvvisamente si trasforma in un incrocio tra un training di self-fulfillment da manuale del tipo “Come Raggiungere L’Estasi Della Felicità E La Pienezza Dell’Io Con Il Groove E 10 Rapide Mosse” e un’animazione post-cena Valtour. Castelvecchi schiocca le dita, batte ritmicamente le mani ed invita la platea a fare altrettanto. “L’open leader è quello che si circonda di persone più brave di lui!” declama dal palco. La sala stampa intanto viene travolta dalle risate, e un giornalista di Repubblica avverte: “A mezzogiorno c’è la lezione di pilates”.
Poi arriva il turno dei Televisivi. Ecce Antonio Campo Dall’Orto, preceduto da un video di Mtv sui Millenials, i ragazzi nati tra gli anni ’80-’90. Ed ecce Giorgio Gori. Ex direttore di Canale 5, fondatore della casa di produzione televisiva Magnolia (quella dei reality, per intenderci), organizzatore della Leopolda 2, Gori rappresenta per i detrattori di Renzi la pistola fumante dell’intelligenza col nemico e della compromissione morale. Dallo stage parla di “partiti fuori della Rai” e di altre cose. Il suo intervento si conclude con l’endorsment pubblico del Sindaco, che dovrebbe parlare di lì a poco, verso le 12.30. Ma prima tocca all’economista Luigi Zingales: il suo intervento è uno dei più applauditi e dei più twittati.
L’aria comincia a vibrare. L’attesa: spasmodica. Finalmente si è arrivati all’ultima fermata. Matteo Renzi si rimette la giacca, lascia la scrivania in legno e va a sedersi sul divano, pronto ad essere chiamato – perché lui, dopotutto, non è che un ospite come tutti gli altri. Si alza, ed è subito standing ovation. Parla ovviamente a braccio, magnetico e totalmente assorbente. Mescola un turbinio di citazioni, “visioni” veltroniane, riferimenti pop, ammicamenti ad Mtv (il “Tocca a te”, ripetuto più e più volte), chiose morettiane (“Non perdiamoci di vista”). Molti lo odiano per la cura maniacale riposta nella comunicazione politica. È berlusconiano, dicono. No, anzi, è il prototipo del politico post-berlusconiano. È uno che ha introiettato le caratterische antropologiche di quel brodo di coltura chiamato berlusconismo. Può essere. Ma se si gratta la superficie di retorica – un esempio a caso tratto dal suo libro: “La politica è un’attività meravigliosa. Ma fuori, fuori anche dalla politica fatta per bene e come servizio, c’è la vita. Che è una cosa più grande, con i suoi valori e con i suoi problemi, della politica.” – e si rimuovono i vari strati di doctoring cucitigli addosso, quello che rimane è un democristiano di ferro. Un democristiano nato nell’epoca sbagliata per la sua cultura ed i suoi convincimenti politici. Ma al contempo un democristiano troppo furbo e scaltro per non adattarsi totalmente allo spirito dei tempi. Renzi non è né di sinistra né di destra: è un centrista radicale modello Blair/New Labour, decisionista fino al midollo, capace di raccogliere un consenso trasversale (da Comunione e Liberazione ai tecnofighetti), che tratta i sindacati come il Reagan negli anni ’80 ed usa la tecnologia (finalmente) come i moderni leader europei.
Anche se la candidatura (a cosa, poi?) non è arrivata ufficialmente, ufficiosamente è stata lanciata venerdì. Ed è chiaro che una persona in grado di organizzare un evento del genere abbia le capacità di scalvacare qualsiasi gerarchia di partito – e senza che questa nemmeno se ne accorga. Il segretario del Pd ha sbagliato praticamente tutto in questi giorni. In tal senso, ha perfettamente ragione Pippo Civati: “Bersani doveva stare dappertutto. Quando due o tre persone si ritrovano nel nome del PD lui ci dovrebbe essere, come diceva il Vangelo”. Non ci sarebbe da sorprendersi se nei prossimi mesi Massimo D’Alema, che ha passato l’intera carriera a cercare di far fuori (non senza successo) qualsiasi oppositore interno, si dedicasse anima e corpo all’annientamento politico di Renzi. La Leopolda 2 è stata innegabilmente un successo in termini di dati, affluenza, copertura mediatica. Ma la proposta finale del Wiki-PD e dei Cento Punti (formula riciclata dalla campagna elettorale per il comune di Firenze) lascia molte perplessità. Assomiglia più ad un temporaneo palliativo in attesa di contingenze migliori (leggi: morte del governo; leggi: resa dei conti finale all’interno del Partito Democratico), che un’organica e, soprattutto, realizzabile proposta politica. Nel parterre gli applausi spellano le mani. Le luci sul palco si spengono per un momento. La sigla di Jovanotti invade l’ex stazione. Il più grande spettacolo dopo il Big Bang siamo noi, io e te. La preponderante sensazione collettiva è quella di aver assistito a qualcosa di importante. Il Sindaco stringe mani a profusione, abbraccia i più stretti collaboratori e quasi può intravedere in lontananza la rotta faticosamente tracciata in questi anni.
Sei mesi dopo la sua elezione, il Sindaco si trovava alla Casa Bianca in qualità di sindaco non statunitense scelto per un meeting con Obama e Biden. Quando fu il suo turno gli raccontò di essere il sindaco di “Florence, Italy”. “Really? The Mayor of Firenze?” domandò il Presidente. “Sure!” replicò il Rottamatore. Dopo questi tre giorni, Renzi potrebbe aggiungere qualcos’altro.
(Illustrazioni – #1: Deviantart / #2: Tumblr)
(Pubblicato anche su Giornalettismo)
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Drop the Hate / Commenti (10)

#3
Destrosio Al Magnesio
Dove c’è Jovanotti c’è il nulla.
Qualcuno sa dirmi se Adriano Sofri ha un ruolo nella testa di Renzi?

#4
McLaud
Due riflessioni:
1) ci si può esercitare a catalogare politicamente Renzi da un lato, dall’altro o in mezzo, ma è una pratica utile più o meno come il predicare di una confezione di detersivo che sia di destra, sinistra o centro: l’unica cosa che conta è che sia ben presentata…non interessa nemmeno che lavi bene. E credo d’aver detto tutto…credo anche in sintonia con questo bel post.
2) “È uno che ha introiettato le caratterische antropologiche di quel brodo di coltura chiamato berlusconismo”. Si può “introiettare” anche più di Berlusconi?

#5

#6

#9
Grasshopper
Bravo Blicero!
@McLaud: “1) ci si può esercitare a catalogare politicamente Renzi da un lato, dall’altro o in mezzo, ma è una pratica utile più o meno come il predicare di una confezione di detersivo che sia di destra, sinistra o centro: l’unica cosa che conta è che sia ben presentata…non interessa nemmeno che lavi bene. E credo d’aver detto tutto…credo anche in sintonia con questo bel post.”
+1000

#10
zoidberg
Complimenti.
A distanza di quattro anni questo pezzo è la lettura piú accurata e tremendamente attuale di questa entitá che corrisponde al nome di Matteo Renzi.
#1
Akiller Dee
Complimenti!Finalmente siete riusciti ad inserire il vocabolo Kaffeeklatsch!