Kamerad, Komm Tanz Mit Mir
MINUETTO
I camerati si fiondarono giù per le scale. Un colpo di pistola inaugurò le danze, poi due, poi quattro, poi tutte le pistole si unirono gioiosamente in una sfrenata rincorsa per i piani interrati del castello. I sotterranei brillarono di luce propria – una distesa di ghirlande infuocate da far indossare agli sventurati häftling.
Le cervella di un ebreo schizzarono con un orribile sfrigolio, seguito da un fitto spruzzo rossastro, sulla faccia del suo compagno di letto che si alzò di soprassalto e venne finito con una badilata di taglio che gli divelse una fessura nera sul volto, facendo volare un occhio fuori dall’orbita che venne calpestato dal tacco di una signora che si agitava come una posseduta tra i due corpi.
Una donna ebrea venne fissata in maniera molto approssimativa alla parete con dei chiodi e poi crivellata dal piombo di un gruppo di Gestapo completamente inzaccherato di sangue e schnaps – un procedimento che venne ripetuto anche per altri prigionieri, finchè i chiodi e le munizioni non finirono. I bossoli che cadevano per terra facevano da sonanti contrappunti alla fluente melodia.
Un soldato fece fuoco con il suo mitragliatore e bucherellò un gruppo di otto ebrei – un tripudio di arti mozzati, sangue e organi interni spappolati. Un signore in completo da sera lacerò lo stomaco di un ebreo, il cui contenuto rovinò fragorosamente a terra e sul quale scivolò una SS ubriaca fradicia, con in mano un calice di cristallo spezzato e incrostato di sangue. L’odore di merda, piscio, sangue, vomito e polvere da sparo si fece insostenibile. Le urla degli ebrei e le imprecazioni dei nazisti, unite ai tonfi sordi dei cadaveri, alle scariche di piombo e al rumore della lame conficcate nelle ossa, mi suggerirono la nascita del genere musicale Industrial. Curioso, no?
Le materie cerebrali volavano di corpo in corpo, si libravano nell’aria cupa ed erano illuminate dalle esplosioni delle armi automatiche, dando all’ambiente un tono molto Wiener Werkstatte – impresso però su una pellicola in bianco e nero.
Venni colto da improvvise esigenze di evacuazione e mi ritirai in uno stanzino dove si erano nascosti invano alcuni häftling. Mi sfilai con fare incerto i pantaloni e provai a svuotarmi ugualmente, ma non riuscii a sostenere quegli sguardi di sconfinato terrore e riprovazione. Tirai fuori la mia Luger, svuotai il caricatore su tre di loro e, dopo essermi accovacciato, buttai fuori un rivolo di merda semiliquida e nauseabonda. Mi pulì con dei fazzoletti di seta e decisi che era il momento di far praticare un po’ di sana coprofagia ai superstiti: uno non si mosse (probabilmente colto da infarto del miocardio), gli ultimi due si avvicinarono e si mostrarono piuttosto riluttanti all’idea. Sparai ad un piede di uno e diedi un colpo con il calcio della pistola alla testa dell’altro, fracassandogli il cranio. Presi la testa rasata ed irregolare dell’ebreo con il piede forato e lo sbattei per terra, sulla merda. Vomitò all’istante, soffocando la sua vita senza valore negli escrementi.
Continuai a girare per i sotterranei. Qualcuno aveva portato alcune bottiglie di champagne (rotte) e cercava di infilarle negli ani dei prigionieri. Un funzionario del NSDAP sparò dei colpi di pistola piuttosto ravvicinati nelle natiche di un ebreo e poi cercò vanamente di inserirci la bottiglia. Alla fine desistette, sconsolato, e colpì ripetutamente la faccia della sua vittima, sfracellandola sino a ridurla ad un’indistinguibile poltiglia organica color cremisi.
Qualcuno si divertiva a bruciare gli ebrei con cerini e candele. Un Hauptsturmführer che era stato con me a Vichy cosparse di cognac il corpo di un ebreo e gli diede fuoco, sghignazzando e chiamando a raccolta i suoi commilitoni per assistere allo spettacolo. Gli squallidi stracci dell’häftling crepitavano, la pelle del ventre si spaccava, le ossa friggevano e il fuoco invadeva le orbite e la bocca e purificava l’interno del cranio, producendo vampate all’esterno ogni qual volta veniva gettato su di esso del liquore.
Decisi che poteva bastare così: incominciavo ad avvertire un forte mal di testa, probabilmente a causa di tutta quella baraonda e dell’alcool. Risalii le scale e mi lasciai alle spalle quel frastuono infernale, quel punto di non ritorno dell’orizzonte terreno. Sapevo che i russi ormai erano al confine, che di lì a poco sarebbero arrivati. Bisognava far scomparire le tracce. Ogni minima traccia. Serviva una Distruzione totale, un incendio alla sovietica: un grandioso omaggio da offrire ai nostri prossimi ospiti. Ma prima volevo ballare. La Contessa stava flirtando amabilmente con Porr. Entrambi stavano bevendo e si toccavano voluttuosamente sotto il grande tavolo centrale.
Li interruppi con prepotenza e chiesi la mano della von Blumen: “Kamerad, komm tanz mit mir”. Il Valzer di Salomè di Strauss sgorgava dall’unico grammofono ancora in funzione (gli altri erano andati distrutti). La strinsi delicatamente tra le mie braccia e sentii i suoi sospiri. Eravamo quasi fermi, avviluppati l’un l’altro. “Bisogna bruciare tutto qui”, dissi. “E perchè?”, mi chiese lei con una smorfia di sconcerto, gli occhi ben sbarrati. “I russi sono alle porte. È questione di settimane, se non giorni, prima che arrivino qua. Bisogna far sparire ogni prova. Non è una storia da raccontare ai propri nipotini, questa”. Lei affondò il proprio viso sulla mia spalla, mi appoggiò una mano sulla nuca e mi accarezzò con grazia. Poi mi fissò, vis-à-vis, scosse la testa e acconsentì a malincuore. Lanciai un’occhiata a Porr. Aveva capito.
E così la notte divorò Reichpolis, puramente e semplicemente.
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Drop the Hate / Commenti (11)

#2
McLaud
Seguo da diverso tempo “La privata repubblica” e ho sempre apprezzato molto la grande cura riposta nello stile e nei contenuti dei vari post. In particolare ho sempre amato l’inversione con cui, prendendo le parti dei bersagli della satira, si presentano i fatti caricandoli con una geniale ironia paradossale.
Bene, ora arriva il “ma”: mentre il primo post in cui si parlava di Blicero si poteva intendere come un colto riferimento (con relativo “calco” stilistico) a Pynchon per denunciare gli orrori di un secolo di guerre, qui pare di essere di fronte ad un mero esercizio di stile.
La riproduzione degli ambienti, delle depravazioni sessuali e morali dei decadenti gerarchi nazisti (infiorata qua e là di qualche riferimento colto e di pseudo-storia pynchoniana) all’esito sembra un pamphlet ottenuto incrociando la propaganda alleata post-bellica, qualche puntata dell’atroce programma paradocumentaristico Voyager e alcune sequenze dei film di Indiana Jones.
Il regime nazista ha compiuto atrocità ben al di là delle leziose (e nient’affatto “nuove”) descrizioni da grand guignol che sono fatte in quest’ultimo post. Mi spiace, ma anche a voler concedere che si tratti di un climax di efferatezze elaborato di proposito per alimentare il (giusto) raccapriccio verso il nazismo, lo trovo privo di valore.
Sono abbastanza accorto da non ritenere che ci sia qualche intento apologetico in questo scritto, né credo che debba essere presente una qualsivoglia catarsi per liberare il lettore dall’artefatta depravazione che esso ostenta.
Tuttavia, e senza voler innescare inutili polemiche, vorrei sapere quale sia stata l’intenzione che ha spinto ad inserire nel blog un post di questo genere.

#5
andrea poulain
sembra un film dell’orrore..
immensa tristezza nel sapere che certe cose possono essere successe veramente..brutta bestia l’uomo..

#6
McLaud
Ho letto la notizia che hai inserito nel link e mi stupisco che abbia preso a riferimento il racconto fatto da un editore (Litchfield) di riviste scandalistiche, peraltro vivacemente criticato da storici seri ( http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,512869,00.html ).
Stragi di massa di ebrei hanno avuto frequentemente luogo al di fuori dei campi di concentramento; in particolare, gli ebrei deportati per la costruzione dell’Ostwall sono stati spesso vittime non solo delle truppe naziste, ma anche delle popolazioni locali, il cui pregiudizio antisemita era sempre stato presente ed anche ulteriormente alimentato dal regime. Numerosi eccidi possono ascriversi agli uni o agli altri e sono narrati da studiosi che certamente non ambiscono a notorietà e denaro, come l’autore della biografia non autorizzata dei Thyssen. Dello strettissimo collegamento di questi ultimi col regime nazista non c’è poi nemmeno bisogno di parlare.
Probabilmente, si può rendere il giusto omaggio alla memoria delle vittime della follia nazista senza bisogno di evocare festini ed orge macabramente sovraccarichi, ed io mi astengo dal giudizio morale su uno scritto che è volutamente orientato a descrivere intense brutalità caricandole graficamente, come un fumetto di Miller & co.
Tuttavia, mi pare giusto segnalare che ben altri sono gli orrori nazisti e che non bisognerebbe dare troppo credito ad un paparazzo in cerca di pubblicità.
Con invariata stima.

#7
harlot
> mi stupisco che abbia preso a riferimento
Oh noes, non stupirti!11! Mica dico che è vero: è un racconto; è finzione che prende spunto da un fatto che non si sa se sia avvenuto o meno. Nessuno da credito ad un paparazzo in cerca di pubblicità, stai tranquillo.
Detto ciò, mi aveva colpito proprio l’ipotesi che un tale massacro fosse stata una sorta di protesi ad una della “marce della morte” che avvenivano verso la fine della guerra. Ne “I volonterosi carnefici di Hitler” Goldhagen parla di 3 tipi di carnefici: i battaglioni di polizia, i funzionari dei lager e i responsabili/guardie nelle marce della morte, ovvero “l’analogo deambulatorio dei carri bestiame”. Goldhagen si sofferma particolarmente sulla brutalità irrazionale, gratuita ed insensata delle guardie.
Ecco, e se si aggiungese un’altra sotto (o super) categoria a questa terza tipologia di carnefici? E se ci fossero degli ufficiali che raccolgono quel che rimane delle marce della morte e lo finiscono insensatamente, ancora più atrocemente, per giunta sotto effetto di alcolici e di droghe, estremamente eccitati e infervorati?
Nel racconto c’è un riferimento alla lebensunwertes Leben, cioè la vita senza dignità di vita, concetto aberrante elaborato negli anni 20 e poi estremizzato dal nazismo. Lo psicologo Jay Lifton parla di teoria che si svolge in 5 passi, l’ultimo dei quali è il massacro indiscriminato dentro e fuori i campi. E un massacro nato motu proprio, quasi autogeneratosi, dentro un castello dove si colloca?
Nel commento precedente avevi parlato di “pamphlet ottenuto incrociando la propaganda alleata post-bellica, qualche puntata dell’atroce programma paradocumentaristico Voyager e alcune sequenze dei film di Indiana Jones” e poi di Miller. No. L’ambientazione non è da graphic novel, è piuttosto ispirata da la “Caduta degli Dei” di Visconti.
Tutto il racconto sta tra il grottesco, con venature macabre, e l’umido (ci sono fluidi corporali e non di ogni tipo) – quest’ultimo è concetto elaborato da Klaus Theweleit in “Virili fantasie” e ripreso da Littell ne “Le Benevole” e nel breve saggio “Il secco e l’umido”, che è una sorta di appendice al romanzo. In poche parole, per Theweleit il risentimento e l’odio nazista nascono dal terrore e dalla ripulsione per la vischiosità, per la fluidità dell’esistenza – da qui il desiderio di annientare tutto ciò che è femmineo e liquido (negli anni 20 i bolscevichi, poi gli ebrei).
Sempre Theweleit scrive: “Il fascismo permette alle masse di dare espressione alle pulsioni represse, ai desideri racchiusi”, promettendo così all’uomo “il ricongiungimento delle parti ostili a condizioni sopportabili, il dominio dell’uomo sul ‘femminile’ ostile dentro di sé”. Appunto.
Per concludere:
> mi pare giusto segnalare che ben altri sono gli orrori nazisti
Certo. L’opera definitiva sugli orrori nazisti l’ha fatta il grande Claude Lanzmann (“Shoah”). Che però, riferendosi all’opera di Littell, dice una cosa (“I carnefici non parlano affatto”) che Theweleit stigmatizza: “È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato”.
E non sempre erano belle cose quelle che si dicevano.

#8
McLaud
Grazie per la risposta, non mi aspettavo di meno da te.
E’ certo che non hai mai sostenuto che fosse vero quanto affermato da Litchfield: mi aveva solo colpito che avessi preso spunti da quel dubbio episodio. Peraltro, le mie inclinazioni letterarie non mi hanno consentito di cogliere i riferimenti da te indicati, tranne quelli che ho già menzionato in precedenza.
Il mio giudizio è stato solo estetico, d’altronde che questo post – come gli altri da te scritti – fosse molto “lavorato” era più che evidente.
Mi permetto di aggiungere che la teoria del “lebensunwertes Leben” può essersi sviluppata solo in un contesto sociale estremamente deviato e condizionato; un contesto in cui il vincolo del müssen è talmente irresistibile da ottundere ed infine schiacciare il “pensiero alternativo” e da rappresentare altresì, quasi spontaneamente, l’unica difesa di chi si è macchiato delle peggiori atrocità: l’obbedienza agli ordini, anche se non è sufficiente a garantire la sanità mentale degli esecutori, è comunque idonea a mantenerne immacolate le coscienze.
A Norimberga è stato uno degli argomenti più ricorrenti ed anche Eichmann se n’è valso…ciononostante, si può disobbedire ad un ordine criminale e questo è un principio giuridico comune a moltissimi ordinamenti.
Non solo, anche sul piano sociale in molti regimi totalitaristi la disobbedienza è (o è stata) pratica costante e diffusa. Il mio più vero e profondo stupore, quindi, risiede nel constatare quanto poche siano state le “disobbedienze” o le “defezioni” note nel regime nazista.
Non posso e non voglio ulteriormente disturbarti, ma assai sinteticamente convengo con la Arendt sul fatto che la vera psicosi (al di là delle efferatezze “occasionali” che hai immaginato e che forse si sono pure potute verificare) è stata raggiunta attraverso la banalizzazione del male: un’intera società è stata immersa a tal punto in esso attraverso il legame del müssen da non riuscire più a discernere l’ordinario dall’atroce.

#9
McLaud
Mi accorgo solo ora di un errore, all’ultimo rigo intendevo dire: “l’atroce nell’ordinario”.

#11
McLaud
Sì, d’altronde faccio poco per nasconderlo…anche se prima ho parlato di “müssen” in un’accezione ed in un contesto assolutamente diversi da quelli kelseniani.
Più che altro mi riferivo alla dicotomia linguistica dei verbi implicanti il concetto di “dovere” in tedesco ed a quanto profondamente questa bipartizione sia radicata in quella cultura ed in quella società, senza contare l’intenso sentimento di appartenenza comunitaria che per esperienza personale ho potuto riscontrare in Germania.
Ah, naturalmente appoggio l’iniziativa di sostegno a favore dei fiancheggiatori di ogni mafia, il cui sforzo per la disgregazione di ogni principio di convivenza civile e democratica è troppo spesso ignorato. Ti ringrazio per aver finalmente portato alla luce la loro anonima battaglia…facciamoli sognare!
#1
prefe
mi suggerirono la nascita del genere musicale Industrial. Curioso, no?
–
mondiale!
MA nell’ultima foto non sarà mica un negro quello che suona la fisarmonica?
…
Spero…